Nutriamoci di fiabe

La lettura di testi, in particolar modo di fiabe tradizionali é da considerarsi non solo un’attivitá ludica e ricreativa per il bambino ma anche terapeutica. È attualmente sempre piú necessario, infatti, mostrare chiaramente agli adulti, sulla base delle convinzioni ampiamente costruite nell’attività clinica,  quanto sia importante che i nostri bambini possano essere nutriti non solo di cibo, ma anche di altro. In questa ottica la lettura di fiabe ha quindi un fine di prevenzione dal disagio psichico o quantomeno di sostegno ad un sano sviluppo psicologico del bambino.

Il compito piú importante che un adulto, sia esso un genitore o anche un educatore, svolge nei confronti di un bambino è quello di “aiutarlo a trovare un significato alla vita” , credere crescendo di poter dare un importante contributo alla vita, avere una continua speranza nel futuro, nonostante tutto!

Perchè  tutto questo sia possibile è necessario che alcuni aspetti interni del bambino si sviluppino in modo armonico : semplificando questi elementi sono principalmente le emozioni, l’ntelletto e l’immaginazione. La lettura di fiabe si presta come strumento unico, di facile utilizzo ed insostituibile.  Le fiabe devono al tempo stesso divertire il bambino ma anche e soprattutto incuriosirlo; devono poi arricchire e stimolare la sua immaginazione e chiarire le sue emozioni, affrontare le ansie connesse alla crescita ,  e suggerire soluzioni ai problemi che lo turbano. La crescita di ogni bambino è costellata da momenti critici: l’abbandono della dipendenza dai genitori, la rivalità  fraterna, la gestione della rabbia, l’acquisizione della moralità.La convinzione comune é quella di dover tutelare i bambini e distrarli da tutto ciò  che può turbare: é invece opportuno fornire al bambino degli strumenti per affrontare ed elaborare i vissuti che lo angosciano.Le fiabe comunicano al bambino proprio questo: la vita é fatta di grandi difficoltà  e solo chi non si ritrae intimorito ma affronta come un eroe le avversità ne  uscirá vittorioso.  A tal proposito é bene ricordare  come tutte le fiabe inizino con drammi da risolvere e finiscano poi con ” vissero a lungo felci e contenti”. Anche la morale é acquisita da bambino nelle fiabe senza ricorrere alla punizione: il bambino attraverso la letture di fiabe familiarizza con emozioni anche negative e sceglie di solito quelle positive, il bene e non il male, perché  si é identificato con l’eroe della fiabe, essendo quest’ultimo,di solito, il personaggio più  simpatico,  piú forte, piú bello e soprattutto piú coraggioso. L’ultimo elemento che rende la lettura di fiabe lo strumento per eccellenza per una buona crescita é dato dalla forma artsistica della fiaba. La fiaba come forma d’arte parla alla parte piú profonda del bambino e dell’adulto che lo affiancherá, quella inconscia, e lo fa in modo personalizzato. Ogni bambino trae un significato personale dalla fiaba e lo stesso bambino trarrá diversi significati dalla stessa fiaba a seconda dei bisogni ed interessi del momento.Cosí nel leggere ad un bambino capiterà  che questi si appassioni alla stessa fiaba per un certo tempo, perchè leggendolo possa elaborare ed affrontare conflitti e ansie particolari. Non é importante a quel punto che il genitore comprenda cosa il bambino stia affrontando, spesso lo capirà e “sará bene che taccia” (Bettelheim). É importante che il bambino sappia di avere accanto qualcuno che partecipi emozionandosi con lui, che si appassioni con lui ma mantenga sempre per sé i suoi pensieri, le sue emozioni, segrete ai genitori finché non sia  lui stesso a svelarle. Solo in questo modo svilupperà  la sua indipendenza. La fiaba,concludendo, permette agli adulti di partecipare e di essere presenti accanto ai bambini nella loro crescita  e di farlo in punta di piedi.  Winnicott sosteneva, infatti,  che non occorre essere iperpresenti; questo  puó essere deleterio. É importante che il bambino sappia di avere un momento nella giornata in cui il genitore ” é tutto per sé”. Il momento della fiaba potrebbe essere il piú felice da regalare ai bambini.

Dottoressa Antonella Guariglia

https://youtu.be/LwrLQL0wIqU

Come “curano” le terapie espressive

Marco Alessandrini, citando il dipinto di Magritte “La fata ignorante” (1957) afferma: “L’arte è un <sapere preriflessivo>, appunto <magico> quanto una <fata>, la quale è tuttavia ignorante perché non conosce i percorsi dei propri incantesimi, sospesi tra intuizioni profonde ma pur sempre a se stanti”.

A questa citazione ne aggiungo un’altra di Munch che pure mi pare centrale rispetto al nostro discorso: “io credo che nessuno dei pittori contemporanei abbia sperimentato l’angoscia del letto di morte come è accaduto a me da piccolo. Mi è sorto spontaneo utilizzare questa esperienza come tema per <la bambina malata>… io e la mia famiglia, a cominciare da mio padre, abbiamo calpestato il pavimento nella morsa di una folle depressione… Un uccello rapace si è appollaiato nella mia mente, conficcandomi gli artigli nel cuore, trafiggendomi il pensiero con il battere delle sue ali” (E. Munch).

Munch fece diverse versioni di questo quadro che, probabilmente, furono anche un tentativo di elaborare il lutto della morte per tubercolosi di un’amata sorella.

In epoche diverse e a più livelli ci si è interrogato sul presunto valore curativo dell’”Arte” in sé. Se, però, si ripercorre le biografie di tanti artisti si può facilmente affermare che l’opera d’arte, di qualunque tipo essa sia, contrariamente a quanto sosteneva Jung nel 1916, non cura di per sé, nè determina una qualche forma di guarigione nell’autore.

Qui si apre il discorso delle arti-terapie.

Le terapie espressive arti terapie, consistono nell’utilizzo di attività di carattere artistico all’interno della psicoterapia, della riabilitazione psichiatrica o di altre terapie psicologiche. Queste tecniche una loro specificità e autonomia, possono essere applicate in un setting di tipo individuale oppure gruppale. Inoltre, è bene evidenziarlo con precisione, il loro scopo non è produrre arte bensì fare terapia: affrontare i nodi conflittuali presenti nei pazienti, facendoglieli sperimentare nella relazione, e, in definitiva, provandoli a trasformare.

Ogni attività umana ha un carattere espressivo e fa emerge ciò che noi siamo sia nella relazione con noi stessi che con gli altri. In sostanza rivela la nostra unicità, da un punto di vista biologico, genetico, fisiognomico, dei comportamenti, dei modi di sentire, di essere, di relazionarsi, ecc.

Questa affermazione, scontata nella sua evidenza, necessita, però, di alcune puntualizzazioni strettamente legate al discorso dei meccanismi alle modalità di cura delle terapie espressive.

Alla base della espressività dell’agire umano si possono individuare almeno due fattori essenziali.

Il primo è costituito da quello che potremmo chiamare l’identità profonda, il “senso di sé” (Damasio). Esso comprende sia il “senso di esistenza di se stessi” che l’ “Interazione del proprio sè con gli altri”. Entrambi questi elementi hanno una natura preverbale, Indefinibile.

Per cercare di illustrare meglio il concetto di “identità profonda” faccio riferimento a quanto afferma Adriana Cavareroi. Questa filosofa, riprendendo Hannah Arendt, dice che essa è ciò “Che ci si lascia dietro”, che non si progetta e che si manifesta della “storia di vita“ del soggetto.

Secondo l’Arendt è ciò che possono percepire di noi l’insieme degli altri che incontriamo nella nostra esistenza e non è rappresentato da quanto noi conosciamo, raccontiamo di noi stessi.

“… condivido in pieno il lascito teoretico di Hannah Arendt, per il quale questa storia di vita non si dà mai nella forma dell’autobiografia, ossia nella sua forma narcisistica (nella quale io posso dire chi sono solo raccontando la mia storia), ma si dà nella forma della biografia, nella quale è qualcun altro a raccontare la mia storia… E’ un’identità che possiamo definire relazionale, che si dà solo nella “relazione con l’altro/con l’altra“ (Adriana Cavarero).

L’altro fattore alla base della nostra espressività è costituito dall’amalgama di diversi canali: cognitivi, senso-motori, emotivi, intuitivi, logico-riflessivi, ecc. di cui siamo dotati e che agiscono “Come in una partitura orchestrale”, composta dal variare e dal comporsi dei diversi strumenti musicali e dell’intensità di ciascuno di essi.

Damasio: il comportamento umano è una sorta di partitura orchestrale nella quale si dispongono nel tempo numerose linee di esecuzione parallele. Dal variare e dal comporsi dei diversi strumenti musicali (componenti espressive di ogni attività umana) e dell’intensità di ciascuno di essi risulterebbe la <melodia> del comportamento umano.

Il “Senso di sé” nel suo esprimersi si declina continuamente, attraverso i diversi canali cognitivI, a sua volta Secondo due modalità:

Modalità logico riflessive di tipo analitico, narrativo sequenziale astratto

Modalità extra-riflessiva, legata ad elementi intuitivi di natura motoria sensoriale emotiva e non narrativi” (Una Gestalt). Filogeneticamente più antica e legata alla parte emozionale (rappresentazioni percettive amodali di Stern, memoria implicita, conoscenza incarnata, nn specchio, gli schemi emotivi di W. Bucci, etc. Punto Cosmogenetico di P.Klee; Spazio pre rappresentazionale di Oury).

Nel canale linguistico il peso maggiore è dato dalla componente logico-riflessiva (con alcune eccezioni quale ad es la poesia).

Le Terapie Espressive, invece, pur utilizzando tutti i canali, anche quelli cognitivi, sfruttano elettivamente, accentuandola, la componente extra-riflessiva di carattere corporeo-affettivo. Ciò ne rappresenta la reale specificità e non l’uso di un particolare canale comunicativo: danza, musica, immagini, etc.

“Pensiero ed emozioni hanno qualcosa in comune: … vi è pensiero nelle emozioni ed emozione nel pensiero. ma il pensiero delle emozioni contiene l’oggetto sentendolo” (I. Matte-Blanco). “spesso accade che le mani sappiano svelare un segreto attorno a cui l’intelletto si affanna inutilmente” (C. G. Jung).

Per illustrare meglio questi concetti mi pare essenziale riprendere il pensiero di Winnicott sul gioco.

Si può affermare che proprio mentre il bambino (ma anche l’adulto) gioca, o meglio soltanto quando gioca, è creativo. Il gioco e l’esperienza culturale hanno a che fare con quello che Winnicott chiama lo “Spazio Transizionale” e che si va a collocare tra lo psichismo e la realtà esterna. Questa area consente al bambino di compiere esperienze al di fuori di sé senza perdersi e, dunque, di scoprire il mondo.

Il prodotto artistico può configurarsi come oggetto transizionale, percepibile fuori di sé e nello stesso tempo investito di una parte molto intima di se stessi.

Dunque all’interno di una relazione terapeutica con una sua definita struttura (setting), che si configura come una “base sicura “ e attraverso il “fare creativo”, utilizzando medium espressivi diversi quali immagini, sculture, musica, danza, interazione scenico-teatrale, linguaggio orale o scritto, ecc., si stabilisce un ponte tra conscio e inconscio, una reciproca interazione tra pensare extrariflessivo e pensare logico- riflessivo. In questo modo vissuti profondi, inconsci con un’intensa connotazione corporeo-affettiva, stati mentali più o meno dolorosi, impensabili e informi, provvisti di una qualità sensorio-emotiva ancora priva di rappresentazioni mentali ben definite acquistando una forma, delimitata e stabile, si sostanziano in una presenza (disegno, suono, movimento, etc) che consente la possibilità di una elaborazione nella relazione terapeutica.

Tali oggetti, nel loro essere visibili e condivisi sia dal pz che dal terapeuta, costituiscono delle tracce concrete, stabili che si pongono “come pietre nel fiume “ (Benedetti) che aiutano a ridurre la distanza tra mondi diversi (del pz e del terapeuta), rendendo possibile lo sviluppo della terapia stessa.

In effetti quanto si è “creato” nell’ambito delle terapie espressive è una presenza che non svanisce come un sogno. Ad essa si può ritornare perché la sua esistenza è una realtà non solo psichica, ma anche materiale.In questo modo:

il paziente dialoga con le proprie immagini;

√ dialoga con il terapeuta attraverso le proprie immagini;

il terapeuta si mette in relazione con le immagini del paziente;

√ comunica con il paziente attraverso le stesse.

 Negli anni ’40, negli Stati Uniti e poi in Inghilterra l’arte terapia comincia a definirsi come disciplina. Si possono sinteticamente evidenziare due correnti principali.

Nella prima l’arte e Il prodotto artistico in sé e ne rappresenta l’agente terapeutico (Kramer). E’ la creatività la reale risorsa terapeutica in quanto attiva dei processi psicologici capaci di sublimare e strutturare l’Io. L’arteterapeuta svolge il ruolo di Facilitatore del processo creativo del paziente. Egli non ne interpreta il materiale inconscio emerso e non ne incoraggia la relazione transferale.

Nella seconda prospettiva si dovrebbe parlare più di psicoterapia fatta attraverso l’espressione artistica (Naumburg) in quanto si tende a omologare la dimensione espressiva alla terapia stessa. L’elemento di base è che pensieri ed emozioni inconsce, ancora indefinite e grezze, trovano più facilmente una forma espressiva attraverso le immagini, i suoni, il movimento che attraverso le parole (immagini come frammenti congelati di sogni).

In questi anni si è provato a trovare forme di integrazione alle due posizioni.

Ciò può avvenire evidenziando un parallelismo tra processo creativo e processo terapeutico e valorizzando le risorse offerte da entrambi gli ambiti.

Sia l’artista che il paziente sperimentano la necessità di abbandonare la logica cosciente e di accettare momentaneamente il caos come fase di transizione e di trasformazione. Condividono entrambi la paura di perdersi nell’indifferenziato, per lo sconosciuto. E, ancora, sia il processo creativo che il processo terapeutico sono esperienze di relazione con un oggetto.

Nel processo creativo come nel processo terapeutico ci si mette in relazione con il proprio mondo interno e la realtà esterna, sia essa rappresentata dai materiali artistici che dalla persona del terapeuta.

Attraverso entrambe le esperienze, quella creativa e quella terapeutica, è possibile una qualche forma di trasformazione del sé sia dell’autore che del paziente.

“In arte terapia entrambi i processi (quello creativo e quello terapeutico ndr) sono attivati e implicati e si sostengono e alimentano reciprocamente”. (Arthur Robbins)

Oggi una delle forme più sofisticate di intervento psicoterapeutico con l’utilizzo di mezzi espressivi è “Il Disegno Speculare Progressivo Terapeutrico” di Gaetano Benedetti e Maurizio Peciccia.

Questi autori hanno elaborato un metodo integrato di psicoterapia ed arte terapia basato su un reciproco scambio di disegni tra paziente e terapeuta.

Il terapeuta «risponde» alle immagini disegnate dal paziente immergendosi nel suo mondo e gli propone soluzioni alternative e possibili interpretazioni che, espresse attraverso l’immagine stessa, riescono a superare le resistenze alla comunicazione di natura psicotica. Tale tecnica in effetti si rivolge specificamente a soggetti con severe difficoltà relazionali.

La costruzione reciproca del disegno diviene così la porta d’accesso per entrare nella dimensione del paziente attraverso un punto di contatto con il suo inconscio. Un fattore terapeutico del metodo è legato sia alla possibilità del paziente di partecipare alla produzione di immagini di Sé, ma anche di rimanerne contemporaneamente a una certa distanza da esse e di autoosservare le proprie Self-Images.

Concludo con le parole di P. Klee che, in una mirabile sintesi, esprime il senso profondo di ciò che costituisce il fattore terapeutico più significativo della cura nelle terapie espressive : “l’arte non riproduce il visibile, ma rende visibile” (P. Klee ).

La Cavarero per spiegare questo concetto cita un racconto di Karen Blixen Narra che da bambina le raccontavano una storia: “C’era una volta un uomo che viveva presso uno stagno e una notte sentì un gran rumore, e sentendo questo rumore uscì di casa nel buio. Che cosa era successo? Lo stagno si era aperto rompendosi in un argine da cui uscivano acqua e pesci, e quest’uomo correndo nel buio e calpestando il terreno bagnato, (andava un po’ alla cieca nel buio della notte), passò parecchio tempo a riparare questa falla negli argini dello stagno andando appunto avanti e indietro. Poi, finalmente, fatto il suo lavoro se ne andò a dormire. L’indomani mattina, affacciandosi alla finestra, vide che i suoi passi sul terreno avevano disegnato la figura di una cicogna; a questo punto Karen Blixen si chiede: quando la mia vita sarà compiuta io vedrò in me stessa una cicogna o la vedranno altri riflessa in me?

Dott. F. Perozziello

“La melanconia in rapporto all’anoressia”

Partiamo dal presupposto che la melanconia non è la malinconia. La malinconia è un affetto, un sentimento che tutti noi proviamo nella vita mentre  la melanconia è qualcosa di più pregnante, strutturante per il soggetto perché è la perdita effettiva di un oggetto, di un oggetto che non si ritrova nella realtà.

 A differenza del lutto, questa differenza fondamentale viene espressa da Freud nello scritto del 1915 “Lutto e melanconia”, ebbene nel lutto abbiamo la perdita della persona amata nella melanconia invece non è così: perché questa perdita oggettuale non ha a che fare con una persona, un elemento che ritroviamo nella realtà ma è proprio una perdita strutturale del soggetto perché il soggetto melanconico si identifica con l’oggetto ed è proprio questa identificazione a causare questa profonda angoscia, questo senso di abbandono, questo senso di colpa, questo male di essere.

Un malessere forte che diventa angosciante sia per il soggetto stesso ma anche per chi ascolta. Nella clinica diventa molto difficile il lavoro con i soggetti melanconici perché la parola non ha presa, perché la parola è un oggetto esterno. Ed in quanto esterno al soggetto stesso, diventa difficile da acchiappare, da prendere, da fare suo. E quindi l’inciampo dei clinici rispetto alla cura della melanconia è proprio questo.

Gli aspetti melanconici nella anoressia, nella grave anoressia sono molto forti, molto presenti. Il corpo scarnificato, il corpo emaciato, è un corpo svuotato, è un corpo alleggerito dalla pesantezza di questo essere. Ma il cibo non rappresenta effettivamente, non è il cibo in quanto oggetto da mangiare, è una rappresentazione esterna di quello che il soggetto non riesce a rappresentare simbolicamente. E quindi si esprime attraverso il cibo, non è quella manifestazione sintomatica.

Ed è per questo che nei soggetti melanconici il corpo diventa proprio la rappresentazione strutturale, soggettiva.

Possiamo fare un esempio molto importante che ha a che fare con il gioco del rocchetto, con il Fort-Da del nipotino di Freud. Questo rocchetto che andava e veniva, dove c’era una presenza ed una assenza, rappresenta un po’ quello che nella vita del nevrotico si incontra. quindi esserci con l’oggetto e non esserci e questo gioco dell’andare e venire è la vita per il nevrotico. Ebbene per il melanconico tutto ciò non accade perché l’oggetto è sempre in “Fort”, e quindi è sempre in perdita. Non c’è possibilità di interazione fra il “Da”. Quindi c’è un “Fort” senza il Da”. Ed il lavoro dei clinici è proprio quello di riuscire a mettere assieme questo “Fort” e questo “Da! . e questo nella nostra Associazione, che porta proprio il nome del Fort-Da, è il lavoro che noi cerchiamo di fare da tanti anni con i pazienti che soffrono di disturbi del comportamento alimentare”.

 Dott.ssa Madaio Luciana

Tra mente e corpo: la complessità dei percorsi di PMA (Procreazione medicalmente assistita).

L’ intervento dello psicologo  in affiancamento alle figure sanitarie: ginecologi, infermieri e biologi.

“Prima di conoscere la malattia bisogna conoscere la persona che la porta” Ippocrate.

Dal consiglio ippocratico nasce il presente lavoro volto ad avvicinare mente e corpo in un contesto complesso, quello dei percorsi di procreazione assistita, all’interno del reparto di Ginecologia ed Ostetricia dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania (SA). Nell’ iter biologico/medico della PMA

accanto ad un corpo che fa i conti con l’infertilità e che chiede degli interventi pratici e mirati, c’è  un mente che fa i conti con un tessuto emotivo variegato fatto di impotenza, frustrazione, delusione, vergogna, ma anche di desiderio, illusione e onnipotenza.  Il vissuto delle donne e delle coppie, come descritto da M. Vigneri, è generalmente di ” depressione, senso di colpa, rabbia, isolamento, perdita del senso filogenetico dell’accoppiamento e della propria identità di genere, senso di fallimento individuale e sociale, relazione di invidia ed umiliazione verso il contesto sociale, verso le altre donne e le altre coppie” ( M. Vigneri Madri quasi vere, p. 153). L’esperienza  emotiva delle  coppie spesso finisce, in ambito ospedaliero, per essere taciuta, tralasciata o più spesso riversata sul personale medico-infermieristico traducendosi in incomprensioni, difficoltà  ad intraprendere o proseguire le indicazioni alla PMA.

Il rapporto con l’équipe medica nella PMA,  si fa spesso carico del “ crollo decisivo delle aspettative iniziali fideistiche e totalitarie delle pazienti, con il viraggio dall’idealizzazione al risentimento, per quanto sia sottaciuto e resti sottomesso al ricatto della speranza”( M. Vigneri, in op. Cit. ). Poter osservare e registrare il clima sopra descritto ha rappresentato il primo passo in un lavoro, quello dello psicologo volto a comprendere un sintomo, l’infertilità  e/o sterilità e ad affrontarlo riconoscendo alle donne e alle coppie attrici la propria individualità e peculiarità psichica in un contesto, quello medico, fatto di percentuali di successo ed insuccesso, protocolli, indagini diagnostiche e prassi mediche piuttosto standardizzate in cui troppo spesso la persona lascia il posto al paziente.

Obiettivi

Definire gli obiettivi, le modalità e gli interventi del percorso psicologico è stato possibile ed è tutt’ora in corso, grazie all’ascolto da parte dello psicologo dell’intera équipe, durante i diversi momenti delle giornate lavorative e in modo più articolato in un seminario formativo a cadenza annuale, in cui per la prima volta, lo psicologo ha preso parte coinvolgendo ed attivando l’équipe e raccogliendo le osservazioni di tutti quegli aspetti non medici,ma ugualmente specifici e personali delle differenti coppie, e tali da non poter più  essere trascurati, riconoscendo loro un peso nel percorso di PM A, quello della mente, pari a quello del corpo e abilmente ad esso intricato. La finalità dell’esperienza dello psicologo presentata è andata modificandosi nel corso dell’esperienza stessa: dal desiderio di approfondire in una modalità peraltro volontaria, un settore più che mai attuale, quello delle nuove forme della genitorialità in un contesto, quello ospedaliero- pubblico che accoglie un numero notevole di coppie , ad un vero e proprio impegno lavorativo e soprattutto di ricerca, volto principalmente a “sostenere” le coppie nel percorso della pma offrendo uno spazio di ascolto. In questo spazio spesso l’attenzione clinica dello psicologo ha individuato dinamiche personali, familiari o di coppia tali da poter rappresentare delle concause psichiche alla infertilità organica diagnosticata o meno. In tali circostanze, lungi dall’attribuire allo psicologo e al percorso psicologico le stesse attese magiche di successo riversate sull’équipe medica, resta fondamentale, come obiettivo aggiunto, riuscire anche solo ad aprire una riflessione sul peso che la mente possa avere sul corpo: ciò significa potersi immaginare come ulteriore obiettivo del percorso psicologico, non una semplice consultazione quanto una presa in carico più vicina ad un percorso terapeutico, da consigliare nei casi più problematici, su richiesta, soprattutto in seguito a ripetuti fallimenti della PMA.

Metodi e strumenti

Nel corso del tempo è stato possibile articolare l’intervento psicologico individuando tre momenti di ascolto:accoglienza e raccolta anamnestica, accompagnamento alla pma,evoluzioni ed esito.

Il primo colloquio, generalmente dedicato alla coppia coincide con la fase di diagnosi/programmazione del protocollo medico: è volto a contenere i vissuti emotivi attraverso la narrazione della storia coniugale e genitoriale affrontando nel contempo il tema dell’infertilità.  A tal proposito il colloquio prevede anche la somministrazione del questionario Fertility Problem Inventory al fine di sollecitare la coppia a riflettere ed elaborare il proprio vissuto individuale dell’infertilità, affrontando quattro aree tematiche ad esso connesse: sociale, sessuale, relazionale/coniugale, genitoriale. Dal primo contatto con le coppie generalmente si costruisce un clima di sostegno che permane nel secondo accesso. Quest’ultimo avviene solitamente durante la fase dei monitoraggi ovarici delle donne , in un momento dell’iter medico in cui la coppia è già a conoscenza, avendo concluso l’iter diagnostico e di programmazione, della tecnica specifica di pma e consapevole delle maggiori o minori responsabilità dell’uno o altro partner alla condizione di infertilità. Il secondo momento di ascolto è quindi volto ad elaborare fantasmi e timori connessi alla tecniche riproduttive avviando e/o  e sostenendo nel contempo un duro lavoro, quello di elaborazone del “lutto procreativo” inteso come impossibilità a procreare naturalmente: le reazioni possono essere molteplici e spesso variano all’ interno della coppia. Difficilmente i membri della coppia fanno una richiesta di PMA mossi dagli stessi desideri, dalle stesse aspettative poichè i tempi di elaborazione del lutto procreativo sono personali e difficilmente coincidenti. Se tutto si è svolto senza grosse problematiche nell’iter medico,  Il momento finale del percorso, il terzo colloquio, coincide con la fase cruciale della PMA: il momento in cui la coppia lascia l’ospedale, nei casi più semplici, per avviarsi ad una lunga attesa, 15 giorni, precedenti la notizia di un successo o insuccesso della pma. Più spesso i tempi della pma si dilatano per via di complicazioni fisiche quali  ad esempio la condizione di iperstimolazione ovarica conseguente al trattamento ormonale effettuato. In casi più complessi o anche nei più semplici in cui se ne presentano le condizioni, lo spazio di ascolto diviene il luogo in cui poter “immaginarsi genitori”, elaborare ulteriormente il proprio lutto procreativo e contemplare altre possibilità : accettazione di una creatività interna alla coppia che non passi necessariamente dalla generatività, adozione.

Risultati e Conclusioni

Difficile  poter tirare le somme di un lavoro così complesso. Quanto segue è una rilessione generale frutto dell’esperienza empirica e tale da essere modificata in base al lavoro che verrà.

Se consideriamo l’infertilità il sintomo delle coppie che accedono alla PMA dobbiamo guardare il corpo, degli uomini e delle donne come il veicolo non solo di elementi organici tali da spiegare la condizione stessa di infertilità,  ma più spesso come “scenario che la mente sceglie per le sue rappresentazioni” ( Nunziante Cesaro, 2002): uno scenario non tanto diverso da altre manifestazioni sintomatiche in cui il “corpo”è chiamato pienamente in causa quali i Disturbi Alimentari (DA) o anche alcuni Disturbi d’ansia, parlando per il soggetto.  In tal senso l’infertilità  sarebbe da ricondurre ad una difficoltà  a simbolizzare ovvero a elaborare l’impatto di certi vissuti conflittuali, vissuti spesso connessi alla maternità e paternità, fantasticate o meno, vissute o meno in qualità  di figli prima ancora che genitori. Poter lavorare con le coppie considerando tutti gli elementi sopra esposti richiede una buona collaborazione con l’équipe medica: molto ancora può esser fatto per migliorare un ascolto reciproco tra i membri del gruppo di lavoro in cui lo psicologo inizia ad affacciarsi portando una riflessione che può ancora stupire ma che  può essere considerata alla pari di tutti gli altri indicatori diagnostici in tema di infertilità: “Per nascere madre non basta mettere al mondo un figlio, è necessario che si metta in moto tutta una serie di processi. Una madre deve poter vivere la propria condizione con un senso di sicurezza e di fiducia, sentirsi parte di una storia familiare positiva, aver concepito il bambino in un  contesto di attesa affettiva, in una speranza di progetto parentali. Il bambino può nascere alla vita solo se è portato dalla vita, che si manifesta nel pensiero di sua madre.”. Troppo spesso tali condizioni risultano assenti o carenti nelle coppie che richiedono una PMA. Il pensiero, strumento privilegiato dello psicologo resta Il mezzo più efficace per affrontare la questione con le coppie e con i tanti personaggi della PMA coinvolti.

Antonella Guariglia